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Di’ sì allo ius soli.

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Sono nato il 4 maggio 2003, ho 10 anni e frequento la quinta elementare. La mia musica preferita è l’hip hop ma ascolto volentieri anche Ramazzotti. Il mio migliore amico si chiama Fabio, siamo compagni di banco e stiamo sempre insieme. Vivo in una casa a via Garibaldi, con papà, mamma e mio fratello Andrea. Mio padre mi racconta sempre del luogo in cui è nato. Mamma no, lei soffre solo a pensarci, dice. Quel luogo si chiama Biafra, vi scoppiò una brutta guerra che costrinse tanta gente a scappare. Mio padre e mia madre erano due di quelli. I miei genitori sono scappati per salvare il proprio futuro, il bambino che portavano dentro, mio fratello. Ora vivono in Italia dal 1980, lavorano onestamente anche se a volte la vita è difficile. I miei genitori vengono dalla Nigeria quindi io e mio fratello abbiamo la pelle nera ma io so solo che la Nigeria è un paese dell’Africa e proprio l’altro ieri leggevo su Focus che è in espansione. Punto. Non so nient’altro. Io sono nero ma per strada mi urlano “negro”. I grandi poi mi dicono che parlo “molto bene l’italiano”. Ma ci mancherebbe, io sono nato qui! Mi chiamano anche “immigrato”, ma immigrato da dove se sono nato in Italia? 
Ho 10 anni ma a volte già mi chiedo chi sono e perché il mio paese mi respinge.
E SE QUESTO BAMBINO FOSSI TU?
CHI NASCE IN ITALIA E’ ITALIANO. 
DI’ Sì ALLO IUS SOLI!

Roberta Migliaccio

Questo wordpress diventa mensile. Ci vediamo il 6 maggio!

Breve storia “italiana”

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“La mia polacca è della Romania”, “la mia è filippina”. No, non è una barzelletta. E’ successo davvero. Testimone una polacca. Ma non una badante. Una polacca, una polacca, una donna proveniente dalla Polonia. Ebbene sì, negli ultimi tempi il termine è diventato tristemente sinonimo di “badante”, almeno al sud Italia. E che dire di termini come “clandestino” ed “extracomunitario”? Ora sarei davvero curiosa di sapere che immagine mentale vi si è creata nel leggere le due parole. Scommetto che abbiate pensato ad un immigrato nordafricano o sub-sahariano povero. Ma perché? “Clandestino” è solo colui che non ha i documenti. Ma è un criminale secondo una legge, la Bossi-Fini, che identifica in lui un pericolo per lo stato, al punto di meritare per questo il carcere. L'”extracomunitario” poi è semplicemente colui che proviene da un paese che è fuori dalla comunità europea. E allora perché continuiamo a chiamare extracomunitari tutti i disperati che vengono nel nostro paese alla ricerca di salvezza? Ho sentito chiamare “extracomunitari” anche coloro che provenivano dall’Est. 

“Toh, un extracomunitario svizzero”: questa sì che invece è una barzelletta. Non la racconta ancora nessuno però. Lo svizzero è sì un extracomunitario. E lo sono anche norvegesi e islandesi. E se decido che voglio una foto di un “extracomunitario”, Google, da buon servitore, mi offre ciò che come italiano mi aspetto di vedere: mai un volto pallido, solo visi distrutti di disperati neri in cerca di felicità.

R.M. 

Dopo il Mediterraneo, paradiso o inferno?

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Il Mediterraneo: un legame tra “noi” e “loro”. Un vincolo d’acqua che lega gli italiani, gli spagnoli e i greci a marocchini, tunisini, egiziani e africani dell’Africa sub-sahariana. Per noi il Mediterraneo è una benedizione: acque cristalline, vegetazioni rigogliose. Per loro, un ostacolo spesso insormontabile, e poi c’è il paradiso. O almeno così credono. Sì, perché buona parte di coloro che decidono di intraprendere il viaggio verso le coste dell’Europa, non sa cosa li attende. Le televisioni dei loro paesi hanno sempre mostrato una realtà contraffatta, quella delle auto, delle donne, dei soldi facili: “sullo schermo di un televisore appeso alla parete – scrive Fabrizio Gatti, autore di “Bilal” -, un documentario trasmesso da un canale satellitare francese. Non si sente l’audio. Ma quelle immagini sono inconfondibili anche senza i sottotitoli che indicano nomi di luoghi e paesi. Scarpate di fichi d’India così rigogliosi e scogliere di calcare candido si vedono solo in Sicilia. Ecco Agrigento. E poi le isole. Lampedusa. Pantelleria, I pescherecci. Le barche a vela. I monumenti. Volti felici, La sigla. L’indirizzo dei produttori: Palermo, Sicily, Italy. Tra i venticinque ragazzi in coda, qualcuno viene dal Togo, dal Benin, dalla Liberia”. Quelle terre sembrano chiamarli: “venite qui e sarete felici come la gente che vedete sullo schermo!”. E infatti alcuni partono con la valigia in una mano, i documenti nell’altra, la cravatta e la giacca per mostrarsi pronti a far parte della “grande Europa”…

Come fare a spiegare a questo punto ad una persona che parte per l’Europa che la realtà non è quella che mostrano in tv? Come fare a fermare quei disperati il cui obiettivo non può essere che uno soltanto? “Mi serve un lavoro che mi garantisca una vita di lusso/ lì vivrò come un re/ lì diventerò una star come Maradona/ Da là scendo con una Ferrari o una Jaguar”. Questo lo scrive nel suo pezzo hip hop “Kamkan l’arqa” il rapper tunisino Karim Kamkan, il quale racconta, attraverso la sua musica, le aspettative di tutti quei disperati che vedono nell’Europa la salvezza, salvo poi scoprire la realtà, quella che ti lascia dormire come un cane sotto i ponti: “prova, assaggia la sofferenza di oggi/ prova, assaggia/ un giorno potresti tornare dall’Europa in una bara”.

Roberta Migliaccio 

L’Europa che gli raccontano

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Enaiatollah Akbari, 22 anni (forse), è nato in Afghanistan. Suo padre è morto e il carico che trasportava per un ricco signore è andato perduto. Il risarcimento per la perdita della merce è suo figlio Enaiatollah il quale rischia di entrare a far parte delle fila dei talebani. Quando è piccolo la madre lo nasconde in una buca, quando è troppo cresciuto per entrarvi, dice di volerlo portare a fare un viaggio. Direzione: Pakistan. Lo conduce in questo paese, per lui sconosciuto e lo abbandona durante la notte. O meglio, non lo abbandona, ma, a malincuore gli apre le porte del futuro, anche se incerto. Quello della madre di Enaiatollah è il trionfo dell’amore, anche se il piccolo all’inizio è arrabbiato e crede soltanto di essere stato lasciato solo. Quella notte inizia così il suo viaggio, durato circa 11 anni, attraverso il Pakistan, l’Iran, la Turchia, il Mediterraneo, la Grecia, ancora il Mediterraneo e infine l’Italia. “Una sera – racconta Enaiatollah -, dopo una partita di pallone nei vicoli, dei ragazzi afgani più piccoli di me mi hanno raccontato che presto sarebbero partiti per la Grecia. Avrebbero lavorato per una fabbrica che cuciva vestiti, e dopo alcuni mesi di lavoro gratuito, chi li aveva messi in contatto con la fabbrica li avrebbe aiutati ad andare in Grecia. Come? Su un gommone. Un altro viaggio? Ho pensato alla montagna. Ho pensato al doppio fondo del camion. Ho pensato: ora il mare. Mi faceva paura. Io stavo a galla a mala pena nelle pozze del fiume. Nel grande mare, il Mediterraneo, sarei affogato. Chissà cosa nascondeva il mare”. Enaiatollah credeva avrebbe trovato i coccodrilli, ha scoperto che i coccodrilli c’erano solo nei fiumi che ricordava da bambino e che attraversare il Mediterraneo sarebbe comunque stata un’impresa. Lui però ce l’ha fatta: “la storia di Enaiatollah – ha detto Fabio Fazio durante la sua trasmissione “Che tempo che fa” – è una storia di liberazione, di una nuova liberazione, quella di molte persone nel mondo che cercano altrove una nuova vita e che sfuggono ad un destino che più o meno sarebbe segnato. Ed è una liberazione nostra, dai nostri pregiudizi, dai nostri luoghi comuni di quando incontriamo quelli che vengono chiamati gentilmente ‘extracomunitari’ o a volte ‘clandestini'”. La storia vera di Enaiatollah, lo abbiamo detto, finisce bene. Ma non va meglio ad altri, i quali partono avendo la certezza di potercela fare, di essere più stranded (“arenati”), condizione di molti che, attraverso l’Africa e il deserto, restano fermi per mesi e mesi in terre sconosciute alla ricerca di un’occasione per arrivare in Europa. Sono giovani, principalmente uomini, ma anche donne e bambini molto piccoli. Di alcuni di loro, Fabrizio Gatti, giornalista dell'”Espresso”, ha raccontato la storia, dall’interno, anche se per tutti gli increduli che lo vedevano viaggiare tra gli africani disperati era “l’europeo fuori di testa”. Dopo aver raggiunto Dakar con l’aereo, Gatti ha intrapreso il lungo viaggio attraverso quella che ancora oggi si chiama “Pista degli Schiavi”: ha attraversato Senegal, Mali, Niger, il Deserto, la Libia, il Mediterraneo e poi è tornato in Italia. I suoi mezzi erano gli stessi dei disperati: i camion super affollati ricchi di taniche di plastica precedentemente utilizzate per contenere il cemento ed ora colmi d’acqua, il contatto con i trafficanti di uomini, il barcone. “Mi sono sempre chiesto – scrive Gatti – cosa stia accadendo intorno ad una persona nel momento in cui la sua mente decide di partire. Mesi o anni prima che il corpo si metta in viaggio o ne sia solo consapevole, quale sia il fatto. l’istante, il motivo per  cui il ragionamento si accorge che non restano alternative. Il punto di non ritorno in cui la testa comincia silenziosamente il percorso. L’affiorare delle intenzioni segrete, delle ambizioni, delle decisioni già prese. Lo spartiacque. Muoversi o soccombere. E soccombere qui non significa necessariamente morire. C’è di peggio della morte. C’è una vita di stenti. Di elemosina. Di fatica a scaricare camion o a selezionare rifiuti nelle discariche e a rivenderli per pochi spiccioli. C’è il pianto affamato dei figli, tutti i giorni e tutte le notti. C’è l’immagine portata dai viaggiatori, dai giornali, dai radiocronisti dei programmi internazionali della Bbc che rivela l’esistenza di un mondo ricco e irraggiungibile. C’è la sconfitta personale e intima davanti alle fidanzate, alle mogli, ai propri padri. E davanti alle proprie ambizioni”, ambizioni che per il musicista maliano Ali Farka Tourè, intervistato da Scorsese nel film “Dal Mali al Mississipi”, “ci appartiene come diritto”, perché dono di Dio. Quello che infatti non manca a chi intraprende un viaggio attraverso l’Africa è la devozione: che lo chiamino Dio o Allah, è lui che decide se ce la farai o no e la sua decisione è accettata con amore: “Tu a Dirkou? – chiede Soufiane appoggiando per un attimo il carro e guardandolo dritto negli occhi – fratello, quella è l’oasi degli schiavi. Là fuori ci sono soltanto la sabbia e Dio”.

(nella foto: il viaggio di Enaiatollah Akbari)

R.M.

Multinazionali del dolore. Caso quattro: Nike

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La Nike, multinazionale americana che produce e distribuisce in tutto il mondo scarpe e palloni di calcio, sfrutta la manodopera a basso costo soprattutto nei paesi dell’Asia come la Cina, la Thailandia, l’Indonesia, la Corea del Sud, il Vietnam. Il salario medio giornaliero di un lavoratore è di 50 centesimi per circa 12 ore di lavoro e gli operai, spesso bambini, sono esposti perennemente alle malattie perché lavorano a stretto contatto con i vapori di colle, solventi e vernici. Le ribellioni e gli scioperi sono oppressi con torture e spesso uccisioni da parte delle polizie locali. Ed è tutto così assurdo se si pensa che il materiale per creare una scarpa Nike costa 4,7 $, la manodopera 1,3 $ e che al pubblico il prodotto viene venduto al prezzo di 125 $. Infine l’azienda spende circa 180 milioni di dollari l’anno in pubblicità. Michael Moore, regista di “The big One” sul tema degli enormi profitti delle multinazionali che chiudono le proprie fabbriche per aprire all’estero dove la manodopera costa pochissimo, incontra alla fine del film il boss della Nike Phillip Knight, il quale ammette con qualche remora, di essere in connivenza con il regime indonesiano per lo sfruttamento della manodopera infantile. “E’ quasi una forma di genocidio!”, dichiara Moore. E di fronte a Knight, che afferma che non chiuderà mai le aziende in Indonesia per aprirle in America, prosegue: “volevo che alla fine del film tu dicessi: “Mi dissocio da ciò che succede nell’America delle multinazionali, mi importa che gli americani abbiano un lavoro, mi importa che gli indonesiani abbiano uno stipendio decente e che i bambini non lavorino in quelle fabbriche. Sono un uomo con una coscienza e farò in modo da cambiare le cose”.

R.M.

Il lavoro dei bambini: non solo sfruttamento

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“Se in Italia muoiono i tuoi genitori, tu sei piccolo e non sai fare niente, di certo qualcuno ti aiuterà. Se in Africa resti orfano – mi spiega un mio amico, studente togolese, da 10 in Italia – e non sai fare niente, non sopravvivi”. Gianni Celati, uno dei massimi scrittori italiani viventi e autore di “Diol Kadd”, film ambientato in un piccolo villaggio del Senegal, pone ad un certo punto l’attenzione su una bambina di cui scorgono i tratti tra le case di paglia. Con voce sommessa il regista afferma: “ecco una ragazzina a cui sono morti i genitori e che bada ai fratelli più piccoli”. 

Gli stessi africani mi hanno in questo modo mostrato una nuova visione del mondo durante le esperienze dei miei “viaggi” africani. La cosa che più di tutte mi ha turbato è stato vedere i bambini che lavoravano: bambini piccoli che cullavano i fratellini neonati, alcuni con i machete diretti nei campi, altri che portavano a pascolare le capre e altri ancora che erano in grado di ucciderle con destrezza. La risposta del mio amico togolese al mio turbamento, mi ha aperto la mente e mi ha indotto a non giudicare con gli occhi dell’occidentale, di quello che vuole imporre la propria opinione senza neanche provare a conoscere le altre realtà. Ho scoperto così che il lavoro non è solo una costrizione, non è solo sinonimo di oppressione e di violenza. Può essere invece inteso come forma di educazione. Nelle famiglie africane, anche i bambini hanno i propri compiti e danno il loro contributo. Un proverbio nordafricano non a caso infatti afferma che “le mani che coltivano sono mani che non moriranno mai”. Ed è anche su questo principio che si basa l’insegnamento di Enzo Liguoro, fondatore della nostra casa-famiglia per 35 bambini orfani a Togoville e dell’associazione napoletana Mama Africa. I bambini ovviamente vanno a scuola e nel pomeriggio in casa sono seguiti anche da due professori che li aiutano con i compiti. Ma non solo: “non voglio abituarli al parassitismo né a tenere la mano sempre tesa. In una famiglia, perché le cose funzionino, c’è bisogno che tutti diano una mano”. Alcuni ragazzi della casa-famiglia vanno già all’università, altri vi andranno presto, ma per gli altri che non volessero proseguire con gli studi superata la maggiore età, c’è un laboratorio di artigianato all’interno della struttura. “Ci dicono di togliere i bambini dal lavoro perché si tratta di sfruttamento minorile: ma quale sfruttamento?”, afferma don Canobi, padre comboniano che in un’intervista a Paolo Rumiz, autore di “Il bene ostinato”, – dedicato al lavoro dei Medici per l’Africa del Cuamm (Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari) – propone una soluzione contro la mortalità infantile: ci vorrebbe “un martello! Intendo sulla testa di chi pontifica senza conoscere questi luoghi”. Poi prosegue: è sfruttamento “andare con la mamma a prendere acqua e legna per il campo? Pascolare la mandria col fratello più grande? Come si fa non capire che quella è una scuola formidabile?”.

Roberta Migliaccio