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Breve storia di Iqbal Masih

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Iqbal Masih nacque a Muridke, Pakistan, nel 1983. A cinque anni fu venduto poiché la sua famiglia si era indebitata per pagare le spese del matrimonio del primogenito. Iqbal iniziò a lavorare come schiavo. Era incatenato ad un telaio per 14 ore e percepiva un salario di circa 1 rupia (3 centesimi di euro) al dì. Un giorno tentò di scappare poiché il suo padrone lo puniva gettandolo in quello che il bambino definiva “il buco”, un pozzo nero senz’aria. Un giorno dell’anno 1992 infine Iqbal scappò definitavamente dalla sua prigione e partecipò alla manifestazione del Fronte di Liberazione del Lavoro Schiavizzato nella “Giornata della libertà” e decise spontaneamente di raccontare le condizioni di sofferenza cui erano sottoposti i bambini della fabbrica di tappeti in cui lavorava. Gli avvocati del sindacato riuscirono così a liberarlo. Nel 1993, Iqbal iniziò a girare il mondo tenendo conferenze volte a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle condizioni di lavoro dei bambini pakistani, sui diritti negati e sulla schiavitù minorile. 

“Nessun bambino dovrebbe mai impugnare uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”, affermava durante una conferenza a Stoccolma.

Il 16 aprile 1995 Iqbal veniva assassinato. Aveva solo 12 anni.

Roberta Migliaccio

 

Multinazionali del dolore. Caso due: Coca Cola

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Kenya. Ci sono le case di paglia e la terra è arida. Tre giovani mostrano la cartina dell’Africa. Giobbe Covatta – il documentario è “Sono stato negro pure io” – mette in scena il suo piccolo Tg Africa e dà una prima notizia. Il tema è l’acqua. “Un acquedotto arriva a Uamba. La Coca Cola chiede i danni e fa causa”, questo il titolo. Poi manda il servizio. La voce narrante, ipoteticamente di Solìta, la bambina che accompagna Covatta nel suo viaggio africano, racconta: “Sembra incredibile ma qui da noi è molto più facile trovare la Coca Cola che l’acqua. E ame piace anche molto di più”. Covatta ribatte: “Mi sono sempre chiesto come facciano i distributori a far arrivare la Coca Cola nei posti più incredibili del mondo. Ci sono posti dove per far arrivare un medico ci vogliono tre settimane?! La Coca Cola c’è!”, Solìta: “E costa 2 centesimi a bottiglia, mentre l’acqua costa più di 2 euro”. L’azienda, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, è stata accusata di violazione dei diritti umani, di connivenza con i regimi dittatoriali di molti paesi in via di sviluppo, di sfruttamento intensivo di lavoratori, di sfruttamento del lavoro minorile. Ma ritornando alla questione “acqua”, “la Coca Cola – scrive Gustavo Castro Soto, ricercatore del Ciepac (Centro di Ricerche e Politiche di Azione Comunitaria) di Cristòbar de las Casas (Messico) – è responsabile della mancanza d’acqua in alcuni luoghi o dei cambiamenti nelle politiche pubbliche per privatizzare il prezioso liquido e impossessarsi delle falde acquifere”. A questo proposito, rispuntano inevitabilmente i concetti di “modernità” o “post-colonialismo”: il marxista sardo e pensatore mediterraneo Antonio Gramsci ha sottolineato che la battaglia o il conflitto non è tra tradizione e modernità, ma tra subalternità ed egemonia e la modernità sembra sistematicamente in guerra con il mondo. La sua teologia, l’accumulazione spietata del suo progresso, ottiene auto conferma in ciascun angolo del pianeta tramite l’incorporazione, la cannibalizzazione, persino l’annullamento di qualsiasi costa resista alla sua stretta. La Coca Cola, ottavo gruppo alimentare al mondo, collabora intensamente alla vendita di Nestea e Nescafè con la Nestlè. Negli impianti di imbottigliamento, soprattutto in India e Colombia, fa uso del lavoro minorile. Nel luglio 2001 invece, il Sinaltrainal, sindacato dei lavoratori dell’industria agroalimentare colombiano, ha depositato una richiesta di incriminazione contro la bevanda per violazione dei diritti umani. “Sul o’ dolore te può far capi’ chi si. Sicuro ca’ e’ bombe me fanno paura. Ma e’ multinazional ca’ si magnano o’ sangue re criature?”, denuncia in “Pistole puttane e coca cola” il rapper napoletano Lucariello, cresciuto tra le vele di Scampia. Il musicista avvicina nel pezzo la condizione di violenza cui sono sottoposti i bambini dei paesi poveri a quella di alcuni bambini italiani, coinvolti in “una cultura della violenza, dove il bene e il male si confondono”. 

Roberta Migliaccio

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 2.300 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 4 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

La domenica. Le ultime da Togoville e da Facebook

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(Dal blog di Enzo, 2007) “Non riesco a sopportare gli auguri natalizi che spesso sanno di ritualità formale e ipocrisia. Ma ne voglio fare uno: auguro a tutti quelli che si commuovono per la nascita di un bambino speciale di riuscire a commuoversi anche per la morte di un bambino anonimo ucciso dalla malaria o dalla diarrea”.

(Enzo) “Il bambino che è in quella grotta era palestinese. Non avrebbe avuto la pelle chiara e i capelli chiari. La sua pelle era scura e i suoi capelli erano ricci. 
Il nostro cuore è chiuso: oggi Gesù sarebbe stato trattato da noi come un immigrato clandestino”. 

(Carla) Durante il viaggio in Togo, uno degli incontri più interessanti e significativi è stata la conoscenza di Edem. Edem, che in assenza di papà Enzo, è il responsabile in loco della casa famiglia, ha 22 anni….ma lo definirei un uomo senza tempo e senza età. Durante tutta la mia permanenza è stato praticamente “l’angelo custode”. Nonostante io abbia trascorso la maggior parte del mese presso un’altra associazione, Edem è stato sempre lì, pronto a sincerarsi che tutto procedesse bene. E’ stato per tutto il tempo il mio primo referente, il mio amico, nel senso più pregnante del termine. Una guida necessaria alla conoscenza della realtà africana in tutte le sue sfumature. L’impegno di Edem nei confronti di Mamafrica è del tutto da ammirare. Dietro uno sguardo serio e a tratti severo, un cuore d’oro opera nella massima onestà. Poche parole, ma tutte indirizzate in un’azione concreta. Lontano da “fronzoli e blabaisti”, è un pilastro portante per l’associazione MamAfrica. Per me un gigante ed un esempio.

 

 

Multinazionali del dolore. Caso uno: Nestlè e Mc Donald’s

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“Nestlè è contro qualsiasi tipo di sfruttamento, si attiene alle leggi nazionali di tutti i paesi in cui opera ed è conforme alle convenzioni dell’ILO”, organizzazione che promuove la giustizia sociale e riconosce internazionalmente i diritti umani e lavorativi. Questo lo si legge nel manifesto introduttivo all’azienda sul sito italiano. La Nestlè, proprietaria di marchi come Acqua Panna, Nestea, San Pellegrino, Sanbitter, Formaggi Mio, Fruttolo, Condiriso, Motta, Kit Kat, Nescafè, è una delle multinazionali più “cattive” al mondo. Nel gennaio 2003, la rivista scientifica “British Medical Journal” svolgeva un’indagine in Togo e Burkina Faso per verificare il rispetto del codice OMS (World Earth Organisation) relativo alla commercializzazione dei sostituti del latte materno. In Italia invece, l’antitrust ha messo in evidenza come l’azienda abbia l’abitudine di distribuire gratuitamente latte in polvere negli ospedali africani. I medici alimentano i neonati con il latte in polvere e al momento della loro dimissione, i bambini, che sono abituati a nutrirsi con questo tipo di latte, rifiutano quello materno. Non solo. L’azienda vende prodotti contenenti OGM sotto sua stessa ammissione e, secondo Earth Island Journal, utilizza il lavoro minorile nelle piantagioni di cacao in Africa Occidentale (soprattutto in paesi come Costa d’Avorio, Benin, Ghana, Togo, Burkina Faso). I  bambini, spesso molto piccoli e soli, sono costretti ad orari massacranti e a lavorazioni pericolosissime. “Ho trovato due miei bambini, Emanuel e Honorè, proprio in una piantagione di caffè”, racconta papà Enzo. “Gli operatori delle multinazionali – prosegue – si recano nei villaggi. Dopo aver dato un compenso alle famiglie, promettono loro che il bambino potrà vivere una vita serena e aspirare ad un futuro roseo. Le madri affidano i loro piccoli a chi poi li sfrutterà nelle piantagioni e li costringerà ai lavori forzati”. Nel 2003 partiva, con queste premesse, un boicottaggio internazionale coordinato da Baby Milk Action per indurre Nestlè a non violare più il codice elaborato dall’OMS per la commercializzazione dei sostituti del latte materno. Intanto anche i social network come facebook diventano fucine di ribellioni collettive e boicottaggi super cliccati messi in atto da gente comune. Oggi ci sta provando anche Mama Africa Onlus con la sua personale campagna di denuncia.

Assicurandosi le piantagioni e le risorse dei paesi poveri cui gli autoctoni non possono accedere, Mc Donald’s, la compagnia americana numero uno tra le aziende di fast food nel mondo, esporta da circa 36 sui 40 paesi più poveri, la maggior parte dei raccolti, che vengono poi utilizzati come mangime per il bestiame. Se alla Keyhinge Toys di Da Nang City (Vietnam), bambini molto piccoli sono impiegati per pochi soldi in lavori manuali (quelli per la produzione dei giocattoli contenuti negli Happy Meal) per circa 9/10 ore al giorno, nel 2000 alcuni minorenni venivano trovati a lavorare per circa 16 ore al giorno nella City Toys Ltd. di Shajing, vicino Hong Kong. Il paradosso è che la multinazionale promuove progetti di sviluppo nei paesi cosiddetti del “Primo Mondo”: si pensi alla Fondazione per l’Infanzia Ronald Mc Donald (clown simbolo dell’azienda) che crea piccole ville e palazzine le quali sorgono nelle immediate vicinanze degli ospedali dove i bambini sono ricoverati. Il progetto dà la possibilità ai bambini di trascorrere la degenza in perenne compagnia dei propri genitori.

Roberta Migliaccio

La domenica. Le ultime da Togoville (e da facebook).

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La nostra ELVIRA GARSIA gestisce un’edicola a NETTUNO (Roma) e fa una pubblicità nemmeno tanto occulta ai nostri calendari!

Tullio: Viene da pensare che succede solo in altre parti del Globo, ma purtroppo non è così.
«Da ieri sono al lavoro come medico generico sul “Polibus” nei dintorni di Rosarno, dove migliaia di giovani africani si spezzano la schiena raccogliendo mandarini per 10-12 ore al giorno e un salario di 15-20 euro, dormendo in baracche da incubo su letti di cartone, cibandosi spesso solamente di agrumi.
Cose inimmaginabili per la maggior parte degli italiani.»
(Lorenzo, medico sull’ambulatorio mobile di EMERGENCY).

(Enzo) Nel 2006 a Togoville arrivò una delegazione dal mio comune composta dal sindaco di Pollena Trocchia ( avv.Agostino Maione), dal vicesindaco Giovanni Busiello e da Fioravante Rea (regista ed autore)…Ovviamente si fecero coinvolgere dai suoni e dai balli dei nostri bambini. Ricordo che Fioravante, purtroppo al lavoro con la telecamera, ad un certo punto lasciò l’apparecchio nelle mani di un bambino e si tuffò a capofitto nelle danze tra gli applausi di tutti i bambini.

Quando 20 bambini muoiono per mano di un pazzo è la fine del mondo.
Quando si compiono carneficine in nome di un Dio è la fine del mondo.
Quando si fa credere di volere la pace finanziando la guerra è la fine del mondo.
Quando si permette ad un popolo di vivere nella fame perché anche questo è business è la fine del mondo.
Quando si invade un paese per proteggerlo ma in realtà se ne traggono solo profitti è la fine del mondo.
Quando usiamo violenza sui più deboli è la fine del mondo.
Quando non capiamo le difficoltà degli altri è la fine del mondo.
Quando siamo egoisti è la fine del mondo.
Quando lasciamo piangere un bambino è la fine del mondo.
Quando pensiamo di avere tutto e non ci importa di quelli che non hanno niente è la fine del mondo.
QUANDO CREDIAMO CHE TELETHON contribuisca alla ricerca sul cancro è la fine del mondo.
Quando produciamo la pasta BARILLA con il grano marcio (in America) è la fine del mondo.

QUANDO RIFLETTIAMO ANCHE SOLO SU UNO DI QUESTI PUNTI, SALVIAMO IL MONDO.
Da Rossana Mandela AfricaFree PeaceLove
elvira

 

 

 
 
 

I diritti dei bambini: come una musica può fare

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La scena si apre con una gita scolastica al Museo della Schiavitù. La guida mostra ai bambini come venivano catturati gli schiavi in Africa e trasportati nel Nuovo Mondo, come venivano strappati alle proprie realtà e ridotti a vivere “come animali”. Poi una voce fuori campo rende noto che il problema purtroppo non appartiene solo al passato. Ma che condizioni di schiavitù simili a quelle perpetrate agli schiavi nel XVI secolo, resistono ancora in varie parti del mondo. “Migliaia di donne e bambini vengono contrabbandati, – dice la voce fuori campo – il traffico dei bambini a fini sessuali, luridi posti di lavoro invasi dalla polizia, bambini schiavi, l’aggressione può essere brutale e persino mortale”. Poi una bambina alza la mano e chiede: “queste cose – si riferisce al traffico di schiavi – accadono ancora?”. La guida, spiazzata, non sa dare una risposta. Lo spot sui diritti di Youth for Human Rights si conclude con una frase: “diritto umano n° 4: nessuna schiavitù. Che cosa sono i diritti umani?”.

Nel mondo ci sono almeno 250 milioni di bambini di un’età compresa tra i 5 e i 14 anni impiegati in lavori forzati. Secondo l’Unicef, il lavoro minorile (manodopera, sfruttamento sessuale e bambini soldato) si concentra in massima parte in Asia con una percentuale del 61%. I restanti 32% e 7% sono impiegati rispettivamente in Africa e America Latina. Gli orari sono massacranti e i bambini vengono utilizzati in lavori pericolosi. In Pakistan il 20% dei bambini tra i 4 e i 14 anni produce l’80% dei palloni da calcio, in Bangladesh i bambini sono impiegati in massima parte nell’industria del tessile e in India sono circa 44 milioni i bambini, principalmente femmine, che non vanno a scuola e che lavorano per pochi centesimi di euro al giorno. E se a San Paolo il reddito familiare è garantito in media per il 20% dal lavoro minorile, in Senegal i bambini lavoratori sono il 40% e in Nigeria 12 milioni. Il record del maggior numero di bambini che muoiono per stenti e fatica lo detiene il Niger. 

“Sono stati violati i diritti dei bambini/ è tempo di smettere/ è tempo di prendere coscienza/ Lavoro forzato, pedofilia che attualmente esiste nelle scuole/ Oh perché è così?”. Si apre così “Droits des enfants” di King Mensah, voce meravigliosa togolese e guerriero: Mensah si batte da anni perché i diritti dei bambini siano rispettati. Insieme all’associazione Plan Togo, realizza campagne contro il maltrattamento, contro il lavoro forzato e a favore della scolarizzazione dei bambini togolesi. “I bambini sono il nostro futuro”, ci tiene a sottolineare il cantante che nel 2006 fondava la casa-famiglia Alodo per 25 bambini dagli 8 ai 16 anni orfani di entrambi i genitori. “Educare un bambino – dichiara – non è compito dei suoi genitori ma di tutta la comunità”. La scuola ad esempio. In “Teacher”, si rivolge direttamente ai maestri e li invita ad avere pietà per i bambini e a non maltrattarli: “Cambiate il sistema signor professore/ non picchiate i bambini/ I bambini non hanno né padre né madre/ non mangiano prima di andare a scuola/ ma trovano la forza/ e vogliono cercare di diventare qualcuno nel futuro”.

Roberta Migliaccio

La domenica. Le ultime da Togoville.

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(Tiziana) Io ho “spiato” per quasi un anno Mama Africa,ho visto come vengono spesi i soldi dei sostenitori attraverso foto…e testimonianze. Non mi hanno mai mandato lettere con foto di bambini meravigliosi, non hanno mai cercato di impietosire né me, né mai nessun altro. Quando sono uscita allo scoperto pronta a fare il grande passo, ho dovuto aspettare io questa volta e conquistarmi la fiducia del papà di tutti i bambini, papà Enzo. Questo mi ha dato la conferma della serietà della nostra associazione. Chi sostiene un bambino a distanza con Mama Africa, entra a far parte di una famiglia sempre presente e pronta a rispondere a qualsiasi dubbio o preoccupazione del genitore che sostiene il bambino.

(Elvira) La prima volta che mi imbattei casualmente nella pagina di Mama Africa, ne rimasi irreparabilmente affascinata. Da subito sentii il legame profondo che poi negli anni si concretizzò sempre di più. Guardavo, leggevo i vari post e ne rimanevo incantata, quando si trattava di belle notizie, sorridevo dietro lo schermo come una scema, quando invece venivo al corrente di episodi tristi e ingiusti, ne soffrivo sopportando il peso della mia impotenza. Passavo momenti della giornata riflettendo sulla situazione dei senza voce, cercando di trovare un modo che potesse essere alla mia portata per donare un po’ di me ed ecco che vidi per la prima volta la pubblicità del calendario. Ricordo che provai gioia: con un piccolo sacrificio avrei donato quella piccola parte di me che tanto desideravo donare.

(Arianna) Buongiorno!…Ho la volontà di sostenere una vita a distanza…Nel mio piccolo tutto ciò che “s’ha da fare, lo faccio”. Ovviamente ne abbiamo già parlato a lungo con mio marito…E da quando è nata la nostra prima figlia abbiamo imparato che una vita che ci viene “affidata” (anche i nostri figli, dovremmo tenerlo sempre a mente, non sono una cosa nostra) sarà parte del nostro cammino fin quando siamo in vita…Abbiamo scelto di non assecondare la natura mettendo al mondo un altro figlio perché sappiamo che un bambino da qualche parte nel mondo è già nato e ha bisogno di noi, e noi di lui o lei. Ne parliamo da tanto…E anche noi abbiamo incontrato delle delusioni, anche noi eravamo diffidenti, e non ci sembrava vero di aver trovato finalmente la giusta strada attraverso voi tutti…Per noi, sarebbe un onore, una gioia senza fine, ricevere tale dono…Siamo commossi…Saremo attenti e accorti…Saremo sempre a disposizione per ciò che occorre. Speriamo di essere dei buoni genitori a distanza. Le sorelline, sono già in fibrillazione.

R.M.

Africa: pattumiera del mondo

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Aveva 33 anni quando fu uccisa nel 1994 a Mogadiscio. Ilaria Alpi, giovane giornalista del Tg3, aveva scoperto un caso di traffico internazionale di armi e rifiuti tossici provenienti dall’Europa e diretti in Africa. Forse era coinvolta anche l’Italia e Ilaria era disposta a scoprire la verità. Gli accordi tra Occidente e dittature africane avvenivano più o meno così: i ricchi paesi europei inviavano in alcuni paesi africani poveri i propri materiali – facendoli facilmente passare per aiuti umanitari – di scarto, rifiuti tossici e veleni; in cambio offrivano tangenti e armavano gli eserciti locali.  
                               

Quello del traffico internazionale di rifiuti tossici si crede sia un problema ormai superato, un morbo dei paesi industrializzati degli anni ’90. E invece no. Ancora oggi circa il 47% delle scorie europee viene spedito per mare attraverso navi pirata che offrono costi di “smaltimento” molto più bassi delle compagnie europee di smaltimento rifiuti.                                    

Il guadagno è ovviamente altissimo e il problema viene risolto in poche battute a discapito delle popolazioni africane. Per dirne qualcuna, il 75% del materiale elettronico che arriva in Nigeria non è più utilizzabile, non può essere riciclato ed è inquinante. La Somalia riceve ogni anno tonnellate di rifiuti radioattivi che spesso poi vengono sversati in mare. Il caso dello Zambia è poi davvero incredibile: negli anni ’90 ricevette in “dono” dall’Unione Sovietica della carne radioattiva: seppellita nella terra, veniva riesumata dalla gente affamata. Il giro d’affari del traffico di rifiuti coinvolge tutti: i governi occidentali, i governi africani, le popolazioni europee spesso inconsapevoli complici, i popoli africani…”Smaltire una nave di rifiuti tossici in Occidente costa 250 dollari a tonnellata. Smaltirla in Calabria costa meno. Smaltirla a Mogadiscio costa 2 dollari a tonnellata. Smaltirla in Costa d’Avorio non costa niente”, si legge su un blog. Ecco perché l’Africa è diventata la pattumiera del mondo: vere e proprie discariche a cielo aperto di rame, materiale elettrico, mercurio e piombo. I paesi maggiormente coinvolti sono oggi il Benin, il Ghana, la Liberia, la Nigeria e la Costa d’Avorio. E colpo di scena, l’Albania. Pare che la maggior parte del toxafene venga sversato in Albania, la cui sicurezza già messa a dura prova dai residui post-bellici.

Roberta Migliaccio                           

La domenica. Le ultime da Togoville.

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(Valentina) Date fiducia alle piccole associazioni di volontari…A quelle che ci mettono la faccia e non gli spots televisivi da milioni di euro…Le piccole associazioni non hanno spese di rappresentanza, non fanno meeting in hotel a cinque stelle, non pagano stipendi (spesso scandalosi) a migliaia di dirigenti e dipendenti, non pagano biglietti aerei e soggiorni da sultani, non acquistano auto da 80.000 euro che restano nei cortili delle sedi faraoniche a disposizione dei rais delle multinazionali del dolore,non vi mostrano volti di bambini coperti da migliaia di mosche, non vendono souvenir griffati. Le piccole associazioni sono fatte da persone che ti abitano vicino.

(Enzo) Il costo di un pozzo dipende da questi fattori:
1) Profondità a cui si riesce a trovare l’acqua.
2)Se il pozzo viene rivestito di cemento all’interno (INDISPENSABILE).
3)Se il pozzo viene fornito di pompa elettrica e castelletto con tank per raccogliere l’acqua.
Escludendo la clausola numero 3 che farebbe notevolmente lievitare i prezzi fino a quadruplicarli, diciamo che un pozzo scavato ad una quarantina di metri dove l’acqua si attingerà con il secchio, fatto in economia con maestranze locali e senza chiamare ditte esterne costose può variare tra i 1200 ed i 2500 euro (è sempre la profondità che determina il prezzo, sia per i giorni lavorativi in più che per il materiale). Il Togo è un paese poverissimo: un salario medio è sui 40 euro. Ma la gente non ce la fa…Basta che un membro della famiglia si ammali e tutto il salario va in farmaci ed ospedale. Lo stato non garantisce alcuna assistenza medica. Tutto è a carico dell’ammalato e della sua famiglia.