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Multinazionali del dolore. Caso tre: Bayer e Monsanto

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Circa 12.375 bambini sono occupati a lavorare in condizioni pessime nelle aziende agricole che producono semi di cotone per la Bayer, multinazionale tedesca e per la Monsanto, multinazionale americana. I bambini, che lavorano per molte ore al giorno, non vanno a scuola e sono spesso vincolati e forzati al lavoro per ripagare prestiti fatti alle famiglie. Essi vengono così privati del proprio futuro e sottoposti a rischi continui. Phillip Mimkes, membro della Coalizione per i pericoli derivanti dalla Bayer, ha sottolineato come molti bambini perdano la vita in tenera età perché esposti continuamente ai pesticidi. Il problema riguarda soprattutto l’India (regione dell’Andhra Pradesh). Secondo il rapporto “Lavoro minorile nella produzione di semi di cotone ibridi”, dal 2003 la percentuale dei bambini impiegati nei campi è diminuita del 30% (un passaggio da 53.500 a 12.375). Purtroppo però la diminuzione è dovuta solo al declino delle coltivazioni di semi di cotone in quella regione a causa della siccità.

R.M.

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Sono ricco e ti rubo la vita…

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C’è un solo binario che attraversa il Togo, un binario che divide in due un paese che soltanto il Padreterno non ha dimenticato. E c’è un solo ponte modernissimo sul lago Togo e su quel ponte nessun marciapiede, nessuno spazio per le venditrici di frutta e verdura.  Sull’unico ponte del lago Togo ci sono i binari. Quei binari trasportavano persone quando anche in Togo “si stava meglio quando si stava peggio”. Era il periodo delle prime colonie tedesche. E adesso il Togo è un paese libero…La chiamano “repubblica” togolese ma, toh, ci sono i francesi che hanno cacciato i togolesi dai loro binari e ci hanno messo un bel treno lungo che sembra uscito da un film sui campi di concentramento e che trasporta fosfati, di cui il Togo è il secondo produttore mondiale. Quel binario sembra condurre ad Auschwitz e invece conduce al porto di Lomè e da lì in Francia. Quel binario sembra trasportare persone stipate come sardine e invece trasporta i minerali di cui la terra è ricca. Non sono persone, sono fosfati. Ma i fosfati sono la ricchezza del Togo e, se i togolesi potessero sfruttarli senza vedere i loro governanti venderli a poco prezzo alla Francia e agli altri “civilissimi” paesi europei, forse non morirebbero più di fame. Quindi su quel treno di quell’unico binario ci sono i togolesi stessi ed è in atto, ormai da almeno cento anni, una deportazione a tutti gli effetti. “Ma perché mai non si incazzano questi africani?”, si chiede l’uomo medio. Se i togolesi si incazzano, le proteste nella cosiddetta loro “repubblica”, vengono represse nel sangue. La gendarmerie spara sulla folla, zittisce e se non basta, arrivano i rinforzi francesi: macchine da guerra, elicotteri, armi di un’ultima generazione. E’ così da bianco non puoi non sentirti in colpa quando almeno tre volte al giorno senti a Togoville il suono del clacson dell’unico treno dell’unico binario che spacca in due il Paese e il villaggio.                                                                                                                                       Suona il treno, suona. Spostatevi tutti, sta passando il treno diretto in Francia. Non fatevi ammazzare. Spostatevi.

Roberta Migliaccio

Pausa mamafricana

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Questo blog chiude per 4 settimane. Giovedì 17 gennaio un gruppo di volontari – tra cui io – partirà per il Togo. Il mio rientro è previsto per il 13 febbraio. Il giovedì successivo al mio ritorno, ricomincerò a scrivere.

Grazie a tutti.

Continuate a seguirci.

A presto, Roberta

Breve storia di Iqbal Masih

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Iqbal Masih nacque a Muridke, Pakistan, nel 1983. A cinque anni fu venduto poiché la sua famiglia si era indebitata per pagare le spese del matrimonio del primogenito. Iqbal iniziò a lavorare come schiavo. Era incatenato ad un telaio per 14 ore e percepiva un salario di circa 1 rupia (3 centesimi di euro) al dì. Un giorno tentò di scappare poiché il suo padrone lo puniva gettandolo in quello che il bambino definiva “il buco”, un pozzo nero senz’aria. Un giorno dell’anno 1992 infine Iqbal scappò definitavamente dalla sua prigione e partecipò alla manifestazione del Fronte di Liberazione del Lavoro Schiavizzato nella “Giornata della libertà” e decise spontaneamente di raccontare le condizioni di sofferenza cui erano sottoposti i bambini della fabbrica di tappeti in cui lavorava. Gli avvocati del sindacato riuscirono così a liberarlo. Nel 1993, Iqbal iniziò a girare il mondo tenendo conferenze volte a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle condizioni di lavoro dei bambini pakistani, sui diritti negati e sulla schiavitù minorile. 

“Nessun bambino dovrebbe mai impugnare uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”, affermava durante una conferenza a Stoccolma.

Il 16 aprile 1995 Iqbal veniva assassinato. Aveva solo 12 anni.

Roberta Migliaccio

 

Multinazionali del dolore. Caso due: Coca Cola

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Kenya. Ci sono le case di paglia e la terra è arida. Tre giovani mostrano la cartina dell’Africa. Giobbe Covatta – il documentario è “Sono stato negro pure io” – mette in scena il suo piccolo Tg Africa e dà una prima notizia. Il tema è l’acqua. “Un acquedotto arriva a Uamba. La Coca Cola chiede i danni e fa causa”, questo il titolo. Poi manda il servizio. La voce narrante, ipoteticamente di Solìta, la bambina che accompagna Covatta nel suo viaggio africano, racconta: “Sembra incredibile ma qui da noi è molto più facile trovare la Coca Cola che l’acqua. E ame piace anche molto di più”. Covatta ribatte: “Mi sono sempre chiesto come facciano i distributori a far arrivare la Coca Cola nei posti più incredibili del mondo. Ci sono posti dove per far arrivare un medico ci vogliono tre settimane?! La Coca Cola c’è!”, Solìta: “E costa 2 centesimi a bottiglia, mentre l’acqua costa più di 2 euro”. L’azienda, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, è stata accusata di violazione dei diritti umani, di connivenza con i regimi dittatoriali di molti paesi in via di sviluppo, di sfruttamento intensivo di lavoratori, di sfruttamento del lavoro minorile. Ma ritornando alla questione “acqua”, “la Coca Cola – scrive Gustavo Castro Soto, ricercatore del Ciepac (Centro di Ricerche e Politiche di Azione Comunitaria) di Cristòbar de las Casas (Messico) – è responsabile della mancanza d’acqua in alcuni luoghi o dei cambiamenti nelle politiche pubbliche per privatizzare il prezioso liquido e impossessarsi delle falde acquifere”. A questo proposito, rispuntano inevitabilmente i concetti di “modernità” o “post-colonialismo”: il marxista sardo e pensatore mediterraneo Antonio Gramsci ha sottolineato che la battaglia o il conflitto non è tra tradizione e modernità, ma tra subalternità ed egemonia e la modernità sembra sistematicamente in guerra con il mondo. La sua teologia, l’accumulazione spietata del suo progresso, ottiene auto conferma in ciascun angolo del pianeta tramite l’incorporazione, la cannibalizzazione, persino l’annullamento di qualsiasi costa resista alla sua stretta. La Coca Cola, ottavo gruppo alimentare al mondo, collabora intensamente alla vendita di Nestea e Nescafè con la Nestlè. Negli impianti di imbottigliamento, soprattutto in India e Colombia, fa uso del lavoro minorile. Nel luglio 2001 invece, il Sinaltrainal, sindacato dei lavoratori dell’industria agroalimentare colombiano, ha depositato una richiesta di incriminazione contro la bevanda per violazione dei diritti umani. “Sul o’ dolore te può far capi’ chi si. Sicuro ca’ e’ bombe me fanno paura. Ma e’ multinazional ca’ si magnano o’ sangue re criature?”, denuncia in “Pistole puttane e coca cola” il rapper napoletano Lucariello, cresciuto tra le vele di Scampia. Il musicista avvicina nel pezzo la condizione di violenza cui sono sottoposti i bambini dei paesi poveri a quella di alcuni bambini italiani, coinvolti in “una cultura della violenza, dove il bene e il male si confondono”. 

Roberta Migliaccio

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 2.300 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 4 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

La domenica. Le ultime da Togoville e da Facebook

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(Dal blog di Enzo, 2007) “Non riesco a sopportare gli auguri natalizi che spesso sanno di ritualità formale e ipocrisia. Ma ne voglio fare uno: auguro a tutti quelli che si commuovono per la nascita di un bambino speciale di riuscire a commuoversi anche per la morte di un bambino anonimo ucciso dalla malaria o dalla diarrea”.

(Enzo) “Il bambino che è in quella grotta era palestinese. Non avrebbe avuto la pelle chiara e i capelli chiari. La sua pelle era scura e i suoi capelli erano ricci. 
Il nostro cuore è chiuso: oggi Gesù sarebbe stato trattato da noi come un immigrato clandestino”. 

(Carla) Durante il viaggio in Togo, uno degli incontri più interessanti e significativi è stata la conoscenza di Edem. Edem, che in assenza di papà Enzo, è il responsabile in loco della casa famiglia, ha 22 anni….ma lo definirei un uomo senza tempo e senza età. Durante tutta la mia permanenza è stato praticamente “l’angelo custode”. Nonostante io abbia trascorso la maggior parte del mese presso un’altra associazione, Edem è stato sempre lì, pronto a sincerarsi che tutto procedesse bene. E’ stato per tutto il tempo il mio primo referente, il mio amico, nel senso più pregnante del termine. Una guida necessaria alla conoscenza della realtà africana in tutte le sue sfumature. L’impegno di Edem nei confronti di Mamafrica è del tutto da ammirare. Dietro uno sguardo serio e a tratti severo, un cuore d’oro opera nella massima onestà. Poche parole, ma tutte indirizzate in un’azione concreta. Lontano da “fronzoli e blabaisti”, è un pilastro portante per l’associazione MamAfrica. Per me un gigante ed un esempio.