L’Europa che gli raccontano

by MamAfrica

            Immagine

Enaiatollah Akbari, 22 anni (forse), è nato in Afghanistan. Suo padre è morto e il carico che trasportava per un ricco signore è andato perduto. Il risarcimento per la perdita della merce è suo figlio Enaiatollah il quale rischia di entrare a far parte delle fila dei talebani. Quando è piccolo la madre lo nasconde in una buca, quando è troppo cresciuto per entrarvi, dice di volerlo portare a fare un viaggio. Direzione: Pakistan. Lo conduce in questo paese, per lui sconosciuto e lo abbandona durante la notte. O meglio, non lo abbandona, ma, a malincuore gli apre le porte del futuro, anche se incerto. Quello della madre di Enaiatollah è il trionfo dell’amore, anche se il piccolo all’inizio è arrabbiato e crede soltanto di essere stato lasciato solo. Quella notte inizia così il suo viaggio, durato circa 11 anni, attraverso il Pakistan, l’Iran, la Turchia, il Mediterraneo, la Grecia, ancora il Mediterraneo e infine l’Italia. “Una sera – racconta Enaiatollah -, dopo una partita di pallone nei vicoli, dei ragazzi afgani più piccoli di me mi hanno raccontato che presto sarebbero partiti per la Grecia. Avrebbero lavorato per una fabbrica che cuciva vestiti, e dopo alcuni mesi di lavoro gratuito, chi li aveva messi in contatto con la fabbrica li avrebbe aiutati ad andare in Grecia. Come? Su un gommone. Un altro viaggio? Ho pensato alla montagna. Ho pensato al doppio fondo del camion. Ho pensato: ora il mare. Mi faceva paura. Io stavo a galla a mala pena nelle pozze del fiume. Nel grande mare, il Mediterraneo, sarei affogato. Chissà cosa nascondeva il mare”. Enaiatollah credeva avrebbe trovato i coccodrilli, ha scoperto che i coccodrilli c’erano solo nei fiumi che ricordava da bambino e che attraversare il Mediterraneo sarebbe comunque stata un’impresa. Lui però ce l’ha fatta: “la storia di Enaiatollah – ha detto Fabio Fazio durante la sua trasmissione “Che tempo che fa” – è una storia di liberazione, di una nuova liberazione, quella di molte persone nel mondo che cercano altrove una nuova vita e che sfuggono ad un destino che più o meno sarebbe segnato. Ed è una liberazione nostra, dai nostri pregiudizi, dai nostri luoghi comuni di quando incontriamo quelli che vengono chiamati gentilmente ‘extracomunitari’ o a volte ‘clandestini'”. La storia vera di Enaiatollah, lo abbiamo detto, finisce bene. Ma non va meglio ad altri, i quali partono avendo la certezza di potercela fare, di essere più stranded (“arenati”), condizione di molti che, attraverso l’Africa e il deserto, restano fermi per mesi e mesi in terre sconosciute alla ricerca di un’occasione per arrivare in Europa. Sono giovani, principalmente uomini, ma anche donne e bambini molto piccoli. Di alcuni di loro, Fabrizio Gatti, giornalista dell'”Espresso”, ha raccontato la storia, dall’interno, anche se per tutti gli increduli che lo vedevano viaggiare tra gli africani disperati era “l’europeo fuori di testa”. Dopo aver raggiunto Dakar con l’aereo, Gatti ha intrapreso il lungo viaggio attraverso quella che ancora oggi si chiama “Pista degli Schiavi”: ha attraversato Senegal, Mali, Niger, il Deserto, la Libia, il Mediterraneo e poi è tornato in Italia. I suoi mezzi erano gli stessi dei disperati: i camion super affollati ricchi di taniche di plastica precedentemente utilizzate per contenere il cemento ed ora colmi d’acqua, il contatto con i trafficanti di uomini, il barcone. “Mi sono sempre chiesto – scrive Gatti – cosa stia accadendo intorno ad una persona nel momento in cui la sua mente decide di partire. Mesi o anni prima che il corpo si metta in viaggio o ne sia solo consapevole, quale sia il fatto. l’istante, il motivo per  cui il ragionamento si accorge che non restano alternative. Il punto di non ritorno in cui la testa comincia silenziosamente il percorso. L’affiorare delle intenzioni segrete, delle ambizioni, delle decisioni già prese. Lo spartiacque. Muoversi o soccombere. E soccombere qui non significa necessariamente morire. C’è di peggio della morte. C’è una vita di stenti. Di elemosina. Di fatica a scaricare camion o a selezionare rifiuti nelle discariche e a rivenderli per pochi spiccioli. C’è il pianto affamato dei figli, tutti i giorni e tutte le notti. C’è l’immagine portata dai viaggiatori, dai giornali, dai radiocronisti dei programmi internazionali della Bbc che rivela l’esistenza di un mondo ricco e irraggiungibile. C’è la sconfitta personale e intima davanti alle fidanzate, alle mogli, ai propri padri. E davanti alle proprie ambizioni”, ambizioni che per il musicista maliano Ali Farka Tourè, intervistato da Scorsese nel film “Dal Mali al Mississipi”, “ci appartiene come diritto”, perché dono di Dio. Quello che infatti non manca a chi intraprende un viaggio attraverso l’Africa è la devozione: che lo chiamino Dio o Allah, è lui che decide se ce la farai o no e la sua decisione è accettata con amore: “Tu a Dirkou? – chiede Soufiane appoggiando per un attimo il carro e guardandolo dritto negli occhi – fratello, quella è l’oasi degli schiavi. Là fuori ci sono soltanto la sabbia e Dio”.

(nella foto: il viaggio di Enaiatollah Akbari)

R.M.

Advertisements