Il lavoro dei bambini: non solo sfruttamento

by MamAfrica

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“Se in Italia muoiono i tuoi genitori, tu sei piccolo e non sai fare niente, di certo qualcuno ti aiuterà. Se in Africa resti orfano – mi spiega un mio amico, studente togolese, da 10 in Italia – e non sai fare niente, non sopravvivi”. Gianni Celati, uno dei massimi scrittori italiani viventi e autore di “Diol Kadd”, film ambientato in un piccolo villaggio del Senegal, pone ad un certo punto l’attenzione su una bambina di cui scorgono i tratti tra le case di paglia. Con voce sommessa il regista afferma: “ecco una ragazzina a cui sono morti i genitori e che bada ai fratelli più piccoli”. 

Gli stessi africani mi hanno in questo modo mostrato una nuova visione del mondo durante le esperienze dei miei “viaggi” africani. La cosa che più di tutte mi ha turbato è stato vedere i bambini che lavoravano: bambini piccoli che cullavano i fratellini neonati, alcuni con i machete diretti nei campi, altri che portavano a pascolare le capre e altri ancora che erano in grado di ucciderle con destrezza. La risposta del mio amico togolese al mio turbamento, mi ha aperto la mente e mi ha indotto a non giudicare con gli occhi dell’occidentale, di quello che vuole imporre la propria opinione senza neanche provare a conoscere le altre realtà. Ho scoperto così che il lavoro non è solo una costrizione, non è solo sinonimo di oppressione e di violenza. Può essere invece inteso come forma di educazione. Nelle famiglie africane, anche i bambini hanno i propri compiti e danno il loro contributo. Un proverbio nordafricano non a caso infatti afferma che “le mani che coltivano sono mani che non moriranno mai”. Ed è anche su questo principio che si basa l’insegnamento di Enzo Liguoro, fondatore della nostra casa-famiglia per 35 bambini orfani a Togoville e dell’associazione napoletana Mama Africa. I bambini ovviamente vanno a scuola e nel pomeriggio in casa sono seguiti anche da due professori che li aiutano con i compiti. Ma non solo: “non voglio abituarli al parassitismo né a tenere la mano sempre tesa. In una famiglia, perché le cose funzionino, c’è bisogno che tutti diano una mano”. Alcuni ragazzi della casa-famiglia vanno già all’università, altri vi andranno presto, ma per gli altri che non volessero proseguire con gli studi superata la maggiore età, c’è un laboratorio di artigianato all’interno della struttura. “Ci dicono di togliere i bambini dal lavoro perché si tratta di sfruttamento minorile: ma quale sfruttamento?”, afferma don Canobi, padre comboniano che in un’intervista a Paolo Rumiz, autore di “Il bene ostinato”, – dedicato al lavoro dei Medici per l’Africa del Cuamm (Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari) – propone una soluzione contro la mortalità infantile: ci vorrebbe “un martello! Intendo sulla testa di chi pontifica senza conoscere questi luoghi”. Poi prosegue: è sfruttamento “andare con la mamma a prendere acqua e legna per il campo? Pascolare la mandria col fratello più grande? Come si fa non capire che quella è una scuola formidabile?”.

Roberta Migliaccio

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